Don’t you wanna be an american idiot?

Salve, gente che leggerà. Ultimamente mi è capitato di riscoprire, ovvero ascoltare a ripetizione migliaia di volte, l’album dei Green Day American Idiot, perciò ecco che cosa ne penso.
Non mi dilungo su cose che potete facilmente trovare su Wikipedia. Sottolineo solo il fatto che sia un concept album, cosa importantissima trattandosi dei Green Day, band che è sempre stata un po’ snobbata dalla “comunità” rock, considerata solo una di quelle band per ragazzine in piena tempesta ormonale.
La storia la conoscete tutti (e se non la conoscete, leggete le prossime due righe): il protagonista, il nostro Jesus of Suburbia, si accorge di essere circondato ed essere stato a sua volta un american idiot e decide di cambiare la sua vita. Poi critiche a sfondo politico, momenti sentimentali, droga e cose.
Ma ciò di cui voglio parlare oggi, senza che mi accusiate di essere troppo pretenzioso, è il segno che ha lasciato questo album nella “mia” generazione. Pur essendo uscito quando io andavo ancora alle elementari, molti dei miei coetanei e anche quelli un po’ più grandi portano nel cuore il ricordo di ore passate ad ascoltare la voce di Billie che canta parole di rabbia, amore, disillusione e degrado. Questo accade perché i temi trattati nell’album sono estremamente attuali e forti. Attraverso le vicende del protagonista, la band dipinge un ritratto molto realistico della nostra società, evidenziandone gli aspetti più negativi, facendo del ragazzo un “vinto”, schiacciato dalla vita e dalla società stessa.

Anche dal punto di vista musicale l’album è degno di lode, soprattutto per il modo in cui le canzoni sono disposte: simmetrico, con due medley, uno anticipato e uno seguito da una canzone, tra i quali troviamo tutte le restanti canzoni. Le sonorità sono tipiche dei Green Day e del pop-punk, gli unici virtuosismi sono rappresentati dalla batteria di Tré Cool, mentre le chitarre assumono una connotazione fortemente ritmica, lasciando l’armonizzazione ai cori. La continuità è data anche dal fatto che la prima metà dell’album è in una tonalità (da American Idiot a Boulevard of broken dreams) e la seconda è, tranne per alcune eccezioni, spostata di un semitono più in alto.

I testi. I testi. I testi. Non c’è nulla da fare, sono eccezionali. Tralasciando Boulevard of broken dreams (opinione personale) e Wake me up when september ends, che si discosta dall’album essendo una ballata molto triste e profonda, i testi sono molto profondi e pieni di immagini, come se ogni verso fosse la tessera di un mosaico e si inserisse perfettamente in esso.

American Idiot si è guadagnato un posto tra gli album più importanti dello scorso decennio, ma penso che sia una di quelle opere destinate ad essere ricordate per sempre e a ricordare a coloro che lo ascoltano quanto sia importante il contributo di ciascuno di noi a rendere la nostra società migliore.

I beg to dream and differ from the hollow lies
This is the dawning of the rest of our lives
On holiday

P.S. Questo è solo il primo di una lunga (?) serie di articoli in cui parlerò di musica, ma non lo farò sempre in modo pesante come ho appena fatto, non preoccupatevi 🙂

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L’importanza delle band emergenti

Ultimamente una pagina di Facebook che si occupa di musica rock ha deciso di dedicare una fascia oraria nel pomeriggio esclusivamente alle band underground ed emergenti italiane e non. È un’iniziativa fantastica, considerando la popolarità della pagina. Infatti penso, come gli admin della pagina, che bisognerebbe dare più spazio alle band emergenti, perché ce ne sono molte che meritano davvero tanto e magari non riescono nemmeno a farsi conoscere dal grande pubblico.

È anche vero che sarebbe impossibile ascoltare tutte queste band, perché ce ne sono tantissime e alcune volte rischiano di essere ripetitive o copie spudorate di band di maggiore successo. Perciò, con il tempo, gli ascoltatori selezioneranno le band più meritevoli e quelle che meglio trasmettono emozioni.

Quello che voglio dire in questo breve articolo a quelle persone che capiteranno per sbaglio sul mio blog, è che la musica non è solo quella che si sente alla radio o nei talent show. Perché è più semplice ottenere successo attraverso i mezzi di comunicazione più popolari che, ad esempio, cercando ovunque un batterista, un locale in cui suonare, un pubblico che ascolti, un posto dove fare le prove e mille altre cose. Con questo non sto dicendo che la musica proposta nei talent show o alla radio sia brutta, ma ci sono molti artisti bravi almeno quanto quelli che ascoltiamo alla radio che non trovano un modo per ottenere visibilità.

Perciò, la sera, piuttosto che mettervi seduti comodi sul divano a guardare la tv o ascoltare la radio, provate a cercare eventi musicali nella vostra zona e andate a gustarvi un po’ di musica dal vivo, invitando qualche amico, se vi va. Perché nella musica dal vivo si sente tutto ciò che l’artista vuole trasmettere, tutta la fatica che fa per trovare ogni volta una nuova canzone da proporre, tutto l’impegno che ci mette per suonare magari su un palco minuscolo e scomodo davanti ad un pubblico di cinquanta persone.

Guida galattica per autostoppisti: riflessioni

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Ho letto finalmente, dopo un lungo anno scolastico in cui avevo iniziato due o tre volte il libro e ho dovuto smettere per questioni di profcheromponolepalle, la celebre Guida galattica per autostoppisti. Un romanzo bellissimo, divertente e pieno di colpi di scena, lo consiglio davvero a tutti (Ahahahah, tutti chi?). Ma a parte questo, una frase mi ha colpito molto, a tal punto da impararla a memoria – e io di solito ho una pessima memoria -, una frase che Ford Prefect dice al protagonista del romanzo, Arthur Dent:

“Il tempo è un’illusione, l’ora di pranzo è una doppia illusione”. 

Lasciamo perdere la prima parte dell’enunciato, concentriamoci su “L’ora di pranzo è una doppia illusione”. Quante volte, da bambini, la mamma o il papà dicevano “È ora di andare a letto” e voi non eravate per niente stanchi? Ciò accade spesso anche con “L’ora di pranzo”. Io mi sono posto un obiettivo nella vita: voglio mangiare quando ho fame.

La mia intera giornata è scandita dai pasti. La colazione al mattino, il pranzo verso l’una e mezza, le due, magari uno spuntino intorno alle cinque del pomeriggio e poi la cena, più o meno alle otto di sera. So che molte persone dividono la giornata all’incirca allo stesso modo. Così facendo, a volte mi ritrovo a mangiare non per fame, ma semplicemente perché sono abituato a farlo, sprecando tempo che potrei impiegare facendo cose più utili (e chi leggerà avrà tutto il diritto di pensare che anche ora sto solo sprecando tempo).

C’è una parola che da qualche tempo è lì, fissa, nella mia mente: libertà. E libertà significa anche essere liberi da alcune inutili abitudini che abbiamo fin da bambini. Libertà significa, per me, anche mangiare solo se ho fame. E questo porta ad un discorso molto più ampio, una catena di pensieri che a molti sembrerà inutile e da persone paranoiche. Ogni volta che facciamo qualcosa potremmo pensare, anche solo per un attimo, se abbiamo veramente voglia di farlo. Ovviamente alcune cose dobbiamo farle anche se la risposta è “no, non ho voglia”, come ad esempio lavorare, andare a scuola e leggere la Guida (ringrazio di cuore la persona che mi ha praticamente obbligato a leggerlo). Ponendoci questa domanda potremmo giungere alla conclusione che stiamo sprecando il nostro tempo e, magari, impiegarlo per fare qualcosa che ci rende più felici. Provo a spiegarlo con un esempio.

Quando, di sera, dopo cena, accendete la TV e cercate qualcosa di interessante da guardare – non lo troverete mai, rassegnatevi -, provate a chiedervi se avete davvero voglia di guardare la TV. Se la risposta è sì, continuate pure a rilassarvi sul vostro comodo divano è dimenticate questo articolo; se la risposta è no, allora provare a scavare più profondamente nei vostri desideri: potreste scoprire una nuova passione, un nuovo hobby, e magari fare del bene all’umanità.

E, visto che parlavo di tempo e delLa Guida, colgo l’occasione per precisare che in effetti gli orologi da polso digitali sembrano anche a me una cosa da razza poco evoluta.  Per prima cosa, perché oltre alla funzione aggiuntiva di cronometro e ad essere leggermente più precisi, non mi piace vederli addosso alle persone, mi dà l’idea di “Ehi, sono un tizio che indossa un display”. Ma il vero motivo per cui non mi piacciono è che anche Ben Ten ne ha uno.

Dopo questa digressione, torno nella mia cuccia, è ora di cena.

 

In Dublin’s fair city

Già, dimenticavo, quel ponte è davvero bello!
Già, dimenticavo, quel ponte è davvero bello!

 

 Sono tornato da pochi giorni da un viaggio di due settimane a Dublino. All’arrivo, all’una di notte (ora locale), mi aspettavano un tè caldo e una camera estremamente, psichedelicamente verde. Un muro verde, con un poster verde, un orologio verde, le lenzuola del letto verdi, le tende verdi. 

 Il primo giorno ho rischiato un infarto quando ho scoperto che avrei studiato alla Mount Temple School, ovvero la scuole dove gli U2 studiarono e dove si esibirono per la prima volta. Eh già, io facevo merenda sul loro primo palco, esattamente dove The Edge, chitarrista che stimo moltissimo, suonava le loro prime canzoni davanti ad un pubblico probabilmente di soli studenti. Ah, per la cronaca, a breve la scuola verrà distrutta per costruire un edificio più moderno con aule più moderne e cose tecnologiche belle. Non starò a raccontare il viaggio giorno per giorno, anche perché sarebbe più noioso che ascoltare il suono di un tizio che sfoglia un libri per un’ora e mezza, perciò racconterò (per chi, poi?) solo gli avvenimenti che mi hanno colpito di più. 

Glendalough è una località immersa nel verde (come la mia camera) che vanta uno dei parchi naturali più belli nei dintorni di Dublino. Un sentiero percorre qualche chilometro in leggera salita e, passando di fianco ad un piccolo lago, arriva ad un lago più grande da cui si gode di una vista mozzafiato. Questo è ciò che mi hanno raccontato i miei compagni di viaggio, perché io, dopo aver vagato per mezz’ora nelle rovine di un villaggio medievale, fotografando croci celtiche e maledicendo le pile scariche della mia fotocamera, mi sono addentrato nella fiera del paese insieme ad un compagno di viaggio, che per questioni di privacy chiamerò Natsu. Io e Natsu eravamo intenti ad ammirare i manufatti di alcuni artigiani del legno quando abbiamo sentito un suono profondo simile a quello di un tamburo dal diametro di tre metri. Era un tamburo dal diametro di tre metri. Due simpatiche signore distribuiscono le bacchette a chiunque voglia partecipare e la cosa va avanti per circa 15 minuti. Non mi ero mai divertito tanto insieme a degli sconosciuti: è stata un’esperienza unica e mi ritengo fortunato ad aver scelto di addentrarmi nella fiera del paese piuttosto che vedere il lago. 

Il centro della città, le vie commerciali e gli edifici storici, sono interessanti, ma non quanto i numerosissimi negozi di usato, dove ho trovato un raro CD di Bon Scott prima che entrasse a far parte degli AC/DC. Il venditore, un simpatico uomo che non riusciva a muoversi nel negozio per via della pancia, mi ha detto che andò ad un concerto della suddetta band due anni prima della morte di Scott. E può non sembrare importante, ma… Be’, in effetti non lo è. Ma chissenefrega, l’intero articolo non importa a nessuno. 

In realtà il resto delle visite è stato più o meno: musei, musei, monumenti, musei, Belfast che è una città triste e quindi non la racconto, musei.

Un’altra esperienza che ha sconvolto completamente la mia esistenza è stata la serata di musica irlandese. Dopo che il quartetto (fiddle, bodhràn, concertina e chitarra/voce) si è beccato gli applausi di me e pochi altri del pubblico per circa un’ora e mezza, un vecchietto dall’aria simpatica ha chiesto chi tra il pubblico volesse provare a suonare il bodhràn. Il bodhràn, per chi non lo sapesse e per chi non avesse voglia di cercarlo su internet -ma soprattutto per chi dovesse mai leggere questo articolo- è uno strumento a percussione (un tamburo, per intenderci, ma “strumento a percussione” mi fa sentire molto più intellettuale) utilizzato nella musica tradizionale irlandese. Si suona percuotendo la pelle di capra con un bastoncino magico e facendo movimenti magici con la mano che non riuscirò mai a fare. E quindi ci siamo ritrovati io e altri due chitarristi a provare a tenere il tempo con il bodhràn davanti ad un pubblico annoiato di circa un centinaio di persone. È stato BELLISSIMO!

Un’altra cosa bellissima di Dublino sono le persone. Nel senso che c’è sempre qualcuno disposto a darti una mano, a parlare con te alla fermata dell’autobus, a offrirti una tazza di tè, a offrirti un’altra tazza di te, a offrirti NO! BASTA TÈ! 

Ho scritto questo articolo perché l’atmosfera di Dublino mi ha colpito e consiglierei a tutti un viaggio da quelle parti. Ringrazio chiunque sia arrivato a leggere fin qui, ringrazio anche chi non leggerà mai questo articolo, ringrazio Natsu -che probabilmente non sa nemmeno che ho un blog-, Giovanni, Giovanni, Giovanni e… Quanti Giovanni!, senza i quali non sarebbe stato possibile… Be’, veramente mi sarei divertito anche senza di loro, ma grazie lo stesso. 

 

 

                                                                                                                                         

 

 

Ieri stavo scorrendo, come faccio spesso, la bacheca di Facebook e mi sono imbattuto in questa immagine.                          L’admin della pagina che ha postato questa immagine scriveva:”le femministe sono uno dei motivi per cui l’aborto dovrebbe essere legalizzato ovunque”. Questo ha scatenato una pioggia di commenti, una battaglia tra chi dava ragione all’admin e chi invece no. L’immagine ha perfettamente ragione: il femminismo non ha come scopo ottenere la superiorità delle donne sugli uomini, ma ottenere l’uguaglianza tra i sessi. Molte persone pensano che le/i femministe/i agiscano solo per il bene delle donne. Be’, vorrei dire, soprattutto a tutti gli uomini che pensano questo, che non è così. Mi spiego con un esempio. Quante volte è capitato ai ragazzi di sentirsi dire “femminuccia” perché magari non avevano voglia di partecipare a una bravata o perché invece di giocare a calcio preferivano fare altro? E femminuccia è il meglio che possa capitare, perché spesso si sentono parole come frocio, checca e tutte le varianti che esistono in ogni parte d’Italia. Perché? Essere donna è forse degradante? Lo è essere gay? Non credo. La nostra società purtroppo assegna dei ruoli agli uomini e altri alle donne. Le donne devono essere belle, graziose, dolci. Gli uomini forti, intelligenti. E se un uomo o una donna non ha queste caratteristiche viene spesso emarginato/a dalla maggior parte delle persone. Il femminismo si propone anche di abbattere questi stereotipi, questa rigida suddivisione di ruoli, per il bene di tutti, non solo delle donne. Perché abbattendo questi stereotipi ne trarrebbero vantaggio entrambi i sessi: gli uomini per esempio non si sentirebbero più insultare se si interessano di moda, cosa che secondo molti sarebbe una prerogativa esclusivamente femminile, e molte donne non si sentirebbero sbagliate se piace loro seguire le partite di calcio o fare altre cose che sono considerate “da maschi”.

Quindi, in conclusione, il femminismo è vantaggioso per tutti: per quei bambini che vengono a volte addirittura sgridati perché giocano con le bambole o perché sognano di diventare ballerini, per quelle bambine a cui viene insegnato che loro sono femmine e devono giocare con le bambole, per quelle donne che non vogliono essere trattate come degli esseri che non capiscono nulla, per quegli uomini che non si interessano di sport ma non vogliono sentirsi diversi, esclusi per questo.